Ripercorriamo la storia... parte IX
- Gianni Galasso

- 3 mar
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Dal Libro (Coltelli d’Italia DI Giancarlo Baronti, Franco Muzio editore 1986) - ("La Maffia" nei suoi fattori e nelle sue manifestazioni Di Giuseppe Alongi 1887)
(Storia d’Italia di Indro Montanelli – Corriere della sera 2003)
(e altri studi…)
(Gli argomenti esposti sono riportati come dai testi, con piccole modifiche,
in ordine cronologico, a spezzoni, ed in base alla mia valutazione,
di interesse, al fine di poter essere spunto di approfondimento sui Testi originali)
( Art. 70 L. 633/41 )
Nel corso del XVI secolo, la Sicilia fu attraversata da una lunga fase di violenza, instabilità politica e declino dell’autorità centrale, in gran parte alimentata da conflitti tra fazioni nobiliari. In città come Catania, Agrigento, Trapani e Termini, si verificarono ripetuti scontri armati tra famiglie rivali. A Messina, nel 1518, si giunse perfino all’uso di cannoni in strada, segno estremo della militarizzazione delle lotte aristocratiche. A Palermo, i nobili potevano assoldare sicari per uccidere in pieno giorno, e vere e proprie battaglie urbane si svolgevano sotto lo sguardo impotente o compiacente della giustizia, spesso restia a intervenire quando erano coinvolti i baroni.
In questo contesto di anarchia feudale, il Parlamento siciliano arrivò a chiedere la riduzione delle pene per quei nobili che offrivano asilo ai banditi, sostenendo che rifiutare tale protezione significava esporsi a terribili rappresaglie. Le motivazioni del banditismo erano molteplici: da un lato, la rivolta sociale dei poveri contro i ricchi; dall’altro, l’opposto, con baroni predoni che facevano dei loro castelli e palazzi dei rifugi per i banditi, funzionali a mantenere asservita la popolazione contadina. A ciò si aggiungeva il conflitto tra clan aristocratici, che si servivano di bande armate per il controllo del territorio.
Per cercare di arginare il fenomeno, il governo attuò misure premiali: offriva libertà e privilegi a chi tradiva o catturava banditi noti. I collaboratori potevano anche commutare la pena di morte inflitta ad altri criminali. Questo sistema di premi e pentimenti portò alla cattura o alla grazia di molti fuorilegge famosi nella storia Siciliana.
Durante il Viceregno di Enrique de Guzman, conte di Olivares (1595–1599), le misure repressive divennero particolarmente brutali. Olivares faceva torturare gli accusati prima ancora di accusarli formalmente, per impedire loro di fabbricare alibi. Quando sconfisse la banda di Lancia, composta da circa duecento uomini che terrorizzavano Messina, ordinò che il loro Capo fosse squartato, legandolo per i quattro arti a quattro galee, per farne un esempio pubblico.
Il banditismo venne contrastato anche con strumenti giuridici straordinari: punizioni immediate, uso sistematico della tortura, assenza di difesa, condanne basate su prove indiziarie, processi sommari, esecuzioni sul posto. La notte, simbolo biblico dell’oscurità e del demoniaco, veniva considerata circostanza aggravante del reato.
A questo si affiancò l’azione dei capitani d’arme, dotati di corpi di cavalleria incaricati della cattura dei banditi. A questi ufficiali venne imposto il risarcimento alle vittime nel caso di reati non risolti, misura che aumentò l’efficacia dell’intervento ma provocò forti proteste da parte della nobiltà, che li riteneva troppo zelanti.
Sul piano legislativo, tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII, si diffuse in Sicilia – come nel resto d’Europa – una legislazione bannitoria: venne legalizzata l’eliminazione fisica dei banditi in cambio di premi, si consentì ai banditi stessi di redimersi uccidendo altri fuorilegge, e si creò un vero mercato delle “voci liberar banditi”, cioè titoli negoziabili usati per liberare criminali condannati.