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La Pietra del Malconsiglio



Se Vi capitasse di passeggiare nel cuore barocco di Catania e di varcare la soglia di Palazzo Carcaci, situato proprio all'angolo nord-est dei Quattro Canti di via Etnea, potreste imbattervi in un vecchio capitello di pietra lavica che riposa in un angolo del cortile interno, quasi a voler scomparire tra le ombre della sontuosa architettura. Apparentemente è solo un relitto dell'antichità, un frammento dorico che forse un tempo coronava la colonna di un maestoso tempio greco, ma per i catanesi di qualche secolo fa quella non era una pietra qualunque: era la Pietra del Malconsiglio, un testimone muto di una delle pagine più feroci e sanguinose della storia siciliana.

 

Tutto ebbe inizio in un inverno lontano, quello del 1516, quando la morte di Ferdinando il Cattolico lasciò l'isola in un pericoloso vuoto di potere. Il viceré Ugo Moncada, uomo ambizioso e restio a cedere il comando, decise di sfidare l'autorità reale pur di mantenere i propri privilegi. Trovò manforte in un gruppo di nobili siciliani, altrettanto desiderosi di non perdere i posti di preminenza occupati fino a quel momento, e insieme scatenarono una guerra civile che da Palermo si propagò come un incendio in tutta la Sicilia. Per tre lunghi e tormentati anni, l'isola fu funestata da congiure, vendette e scontri fratricidi che macchiarono di sangue le piazze e le campagne.

 

A Catania, i seguaci di Moncada cercavano luoghi discreti dove tramare nell'ombra e scelsero come loro quartier generale un giardino nel Piano dei Triscini. In quel luogo, tra la vegetazione, emergevano due antichi avanzi di pietra lavica: un capitello e un grosso pezzo di architrave. I congiurati li usarono come tavoli e sedili improvvisati, disponendosi intorno a essi per pianificare battaglie e tradimenti, ignari che quegli stessi oggetti avrebbero presto suggellato la loro rovina. La sorte della rivolta, infatti, mutò drasticamente quando il nuovo viceré Ettore Pignatelli giunse con il pugno di ferro per restaurare l'ordine. La repressione fu implacabile: i responsabili furono colpiti duramente, molti finirono sul patibolo, altri presero la via dell'esilio e le loro dimore vennero rase al suolo come segno di eterna infamia.

 

Fu allora che il Senato cittadino, per trasformare il luogo del delitto in un monito perenne, decise di prelevare i due reperti lavici dal giardino dei cospiratori e di esporli nei luoghi più frequentati della città. Il capitello venne ribattezzato "Pietra del Malconsiglio" e innalzato nel Piano della Fiera, l'attuale Piazza Università, affinché ogni cittadino ricordasse dove conducevano i cattivi consigli e l'insubordinazione. L'architrave, invece, per la sua forma curiosa che ricordava un caciocavallo, prese il nome popolare di "Casicavallo" e fu sistemato all'ingresso del Palazzo della Loggia, il municipio. Qui, la pietra perse ogni dignità architettonica per diventare uno strumento di umiliazione: su di essa venivano fustigati pubblicamente i debitori insolventi con apposite verghe.

 

Con il passare dei secoli e la ricostruzione dopo il catastrofico terremoto del 1693, la memoria di quel periodo drammatico iniziò a sbiadire. La Pietra del Malconsiglio rimase per molto tempo solitaria e solenne in mezzo alla Piazza Manganelli, finché nel 1872 non venne definitivamente rimossa per essere posta al riparo nel cortile di Palazzo Carcaci, dove si trova ancora oggi, silenziosa guardiana di un segreto antico. Il "Casicavallo", dal canto suo, dopo aver assistito per generazioni ai lamenti dei puniti, trovò la sua collocazione finale nel cortiletto posteriore del Teatro Massimo Bellini. Oggi, questi due frammenti di lava riposano distanti l'uno dall'altro, portando ancora addosso il peso invisibile di quelle antiche congiure, frammenti di una Catania che ha saputo trasformare persino le rovine dei suoi templi in una severa lezione di storia.

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